Il nostro socio Nicola Piovani è intervenuto su Repubblica in difesa del Diritto d’Autore, con un articolo che condividiamo e riportiamo integralmente.

Difendiamo il Diritto d’Autore

di Nicola Piovani su Repubblica del 28 Giugno 2018

Esistono autori, poeti, musicisti non famosi che sopravvivono e scrivono in libertà grazie ai proventi della proprietà intellettuale. Che deve restare un diritto soprattutto per gli indifesi.

Il diritto d’autore è una delle sacrosante conquiste della Rivoluzione francese. In precedenza, gli autori erano considerati servitù, l’opera dell’ingegno non era riconosciuta come proprietà dell’autore ingegnoso. Grazie a questa conquista i “poeti” guadagnarono una porzione di libertà, non dipendendo più solo dal committente, dal potente di turno, ma anche e soprattutto dal pubblico.

Questo diritto ha resistito più o meno civilmente per più di due secoli. Ma oggi, in tempi di rivoluzione digitale, vacilla e scricchiola sotto gli attacchi dei giganti multinazionali, abituati a calpestare i diritti delle civiltà culturali a colpi di lobby: un discorso ampio che investe molti campi. Ma la particolarità sorprendente, per quanto riguarda il diritto d’autore, è che i potentati di mercato trovano un grande alleato nella demagogia retorica oggi molto di moda: “La musica – come la poesia, la prosa, le opere del pensiero – deve essere libera, chiunque deve poterla scaricare e usufruirne gratis, la musica dev’essere come l’acqua”.

Principio libertario per il quale l’opera dell’ingegno non avrebbe proprietari, non essendo un bene materiale. I mezzi di riproduzione – iPhone, iPad, iPod, televisori – sono beni materiali e quindi proprietà del proprietario. Mentre i “contenuti” – musiche, poesie, canzoni, sceneggiature – non dovrebbero avere proprietario, sono di tutti, come l’aria. Quindi se rubo un lettore Cd sono un ladro, se rubo una poesia sono un libertario. Se costruisco una bicicletta è mia, se scrivo una poesia è di tutti.

Questo non è un principio libertario, questo è un gretto principio materialista.

I demagoghi tirano in ballo naturalmente gli autori miliardari, che certo esistono; ma esistono anche tanti autori piccoli, poeti poco conosciuti, musicisti non famosi che sopravvivono e continuano a scrivere in libertà grazie ai pochi proventi del loro diritto d’autore, che è e deve restare un diritto per tutti, soprattutto per gli indifesi, non solo per il celebre rapper dalle uova d’oro; questo diritto deve difendere la libertà del poeta debuttante, del musicista sperimentale, del commediografo poco rappresentato.

Qualsiasi società che voglia raccogliere i proventi degli autori e redistribuirli non può essere un’associazione a scopo di lucro: deve essere no-profit, deve rispettare regole di protezione di tutti gli associati. Non può raccogliere solo i proventi degli autori ricchi e convenienti, trascurando quelli che producono entrate basse, a volte inferiori al costo della raccolta, come nel caso di musica da camera, danza, prosa sperimentale.

Non entro nel merito delle questioni in corso, che riguardano l’Antitrust, e della direttiva che sarà discussa nei prossimi giorni al Parlamento di Strasburgo: in termini legali il problema sarà affrontato e risolto in sedi competenti da professionisti competenti. Ma combatto il pregiudizio delle retoriche libertarie.

Ho letto qualche tempo fa, su un giornale molto serio, la descrizione della Siae come di una società di ottantamila iscritti in cui “la torta se la spartiscono ogni anno i soliti noti”. Ma l’abusata metafora della “torta da spartire” ha senso solo per una società che spartisca denaro dello Stato. La Siae non ha finanziamenti pubblici, si finanzia con i proventi prodotti dall’opera degli associati, buona parte dei quali arrivano dall’estero.

Se vogliamo considerare gli introiti Siae una torta da spartire, non dimentichiamo che quella torta è fatta con le uova, la farina e lo zucchero prodotti dagli autori.